“L’estate è tempo di viaggi, di visite a musei e siti storici. Ci aggiriamo tra templi, palazzi, cattedrali, osserviamo oggetti custoditi nelle teche, ammiriamo affreschi e architetture che raccontano civiltà lontane. Quasi sempre dimentichiamo che tutto ciò che vediamo non esisterebbe senza mani artigiane”, con queste parole Delio Zanzottera, segretario di CNA Piemonte, apre il suo intervento sul quotidiano “Corriere Torino”.
“I millenni della nostra storia materiale sono, in fondo, millenni di artigianato. Eppure – prosegue Zanzottera – proprio oggi, quando potremmo valorizzarne meglio la ricchezza, l’artigianato rischia di spegnersi. C’è una parola che torna spesso quando parliamo di artigianato: fragilità. Non la fragilità come debolezza, ma come condizione esistenziale. L’artigiano è fragile perché lavora al confine tra la resistenza e la vulnerabilità: resistenza di chi custodisce un sapere antico, vulnerabilità di chi lo esercita in un mondo che sembra non averne più bisogno. È da questa fragilità che dobbiamo partire per comprendere perché l’artigianato rischia oggi l’estinzione. Per secoli, l’artigianato è stato il cuore silenzioso delle comunità. Le botteghe non erano soltanto luoghi di produzione, ma spazi di educazione, di socialità, di cultura. In esse si trasmetteva non solo una tecnica, ma un modo di guardare il mondo: attenzione al dettaglio, rispetto per il tempo, consapevolezza che il lavoro non è mai solo mezzo per sopravvivere, ma forma per esprimere sé stessi. Oggi, questa trama si sta dissolvendo. Viviamo in una società che celebra la velocità, l’efficienza, la replicabilità infinita. In questo paradigma, il lavoro artigiano appare quasi anacronistico”, sottolinea il segretario di CNA Piemonte. “Ma se guardiamo più a fondo, ci accorgiamo che non è l’artigiano a essere fuori dal tempo: è il nostro tempo ad avere smarrito il senso della misura. L’economia contemporanea sembra dominata dalla logica delle grandi scale. In questa prospettiva, ciò che conta non è più la qualità intrinseca, ma la capacità di raggiungere milioni di consumatori in pochi secondi. La materia diventa secondaria rispetto al flusso, il prodotto rispetto al servizio, la persona rispetto all’algoritmo. Eppure – evidenzia Zanzottera – l’artigiano custodisce un principio diverso: la centralità delle mani. Mani che non sono meri strumenti, ma prolungamento dell’intelligenza e della sensibilità. Il rischio di estinzione dell’artigianato è allora il rischio di un’economia senza volto, di un lavoro senza mani, di una società che dimentica che la ricchezza non è solo accumulazione ma creazione”, puntualizza.
“C’è poi un tema che attraversa come una ferita aperta il mondo artigiano: il passaggio generazionale. Per secoli, le botteghe hanno vissuto di continuità: i figli imparavano dai genitori. Oggi questo ciclo si interrompe. I giovani guardano all’artigianato con sospetto: troppo incerto, troppo faticoso, troppo poco riconosciuto. Eppure, proprio in questa continuità stava la forza dell’artigianato: la possibilità di radicare l’identità in una storia familiare e comunitaria. Quando questo si spezza, non perdiamo solo imprese, ma perdiamo il senso stesso della memoria incarnata. Una società che non riesce più a trasmettere i suoi saperi è una società che invecchia senza futuro. Molti artigiani raccontano che non è soltanto il mercato a schiacciarli, ma la solitudine in cui sono lasciati. La burocrazia non è più una cornice neutrale, ma un ostacolo quotidiano. Ogni pratica diventa fatica, ogni adempimento una distrazione dal cuore del lavoro. Eppure – continua – la vera forza dell’artigianato non è mai stata la capacità di navigare negli uffici, ma quella di costruire relazioni. La solitudine burocratica diventa allora simbolo di un isolamento più profondo: la sensazione di essere invisibili in un mondo che riconosce solo le grandi imprese. Ma forse la ragione più profonda per cui dobbiamo preoccuparci della scomparsa dell’artigianato non è economica né sociale, ma filosofica. L’artigiano è il simbolo di un’idea di vita buona: quella in cui il lavoro non è solo necessità, ma forma di senso. Difendere l’artigianato – sottolinea – non significa conservare un residuo folkloristico, né idealizzare un passato che non tornerà. Significa immaginare un futuro in cui la tecnologia e il sapere manuale possano dialogare, in cui la velocità non annulli la qualità, in cui la globalizzazione non cancelli l’identità ma la esalti. Il tempo fragile dell’artigianato è anche il tempo fragile della nostra civiltà. Difenderlo non è un dovere corporativo, è un impegno collettivo. Perché quando si spengono le mani che sanno fare, si spegne anche la luce di un futuro che abbia ancora un volto umano”, evidenzia Zanzottera in conclusione.
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Questo articolo Perché dobbiamo difendere l’artigianato è stato pubblicato su CNA.




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